Insectopedia

The beauty of that rich interior life, the music of the phloem—it is self-contained, indifferent, the soundtrack to catastrophe. These beetles live fully communicative lives, their Umwelt is thoroughly social. These are not the enemies we ought to choose. The biosecurity state, with its traps, its pesticides, its arborists, its public-education programs, and its quarantined counties, is largely powerless. It was Mao Zedong, apparently, who said that where there is repression, there is resistance. He wasn’t thinking of insects. But we should be. As far back as twenty-five years ago, 7 billion beetles were caught in pheromone traps during a campaign to repulse an invasion of European spruce bark beetles in Norwegian and Swedish forests. 22 Seven billion, and still they kept coming. Repression is futile. Somehow, we will have to cohabit. Somehow, we will have to make friends.
Hugh Raffles, Insectopedia (2010)

Insectopedia: il titolo è fuorviante, perchè non ha nulla di “enciclopedico”, se non un artificioso tentativo di dare ai capitoli un ordine alfabetico. Si tratta invece di una serie di temini svolti su argomenti più o meno disparati, del tutto slegati fra loro, senza un filo del discorso a unirli.
C’è un tema di base, è vero, che non è l’insetto in sè; il libro si incentra su alcuni specifici rapporti culturali che l’essere umano, in varie forme, ha intessuto con questi animali; e tramite questi, viene tratteggiato il problema della similitudine e l’alterità che proviamo verso forme viventi diverse da noi. Ciò nonostante, la sensazione di trovarsi di fronte a un bric-à-brac para-entomologico è palpabile.
Titolo fuorviante, dunque ma non ci sarebbe nulla di male: una raccolta di articoli, per quanto disomogenei, avrebbe pur sempre il suo interesse. Il fatto è che Insectopedia è veramente, veramente scritto male. Hugh Raffles fa il gigione con una prosa che cerca di essere brillante, ma fallisce miseramente. Frasi chilometriche, dense di subordinate, pesanti e goffe. Giochini simil-poetici che fanno accapponare la pelle. Evidenti sviste, poi, e ripetizioni che dimostrano la mancanza di un editing degno di questo nome.
Ma sorvoliamo sulla forma, e arriviamo ai contenuti; e forse proprio questo è il tasto dolente. Alcuni capitoli trattano argomenti davvero interessanti, altri meno – certi invece sono di una pochezza a dir poco imbarazzante. Anche quando la materia prima è promettente, però, Raffles la rovina con un’elaborazione insulsa. Argomentazioni che vorrebbero essere polifoniche, ma di fatto risultano sconclusionate. Sbrodolate su aspetti secondari, o divagazioni che rubano spazio ai temi più interessanti. A rovinare definitivamente il tutto, una mescolanza di apporti emotivi e aspetti scientifici; che sarebbe pure un’ottima cosa, se anch’essa non fosse sviluppata in maniera del tutto sgraziata, in maniera di danneggiare entrambe le parti del discorso.
Si avverte oltretutto che l’autore non è adeguatamente preparato alla materia che pur tratta. Antropologo di formazione, Raffles zoppica evidentemente come entomologo. Sono il primo a sostenere che la scienza non dev’essere territorio esclusivo di esperti, e che anche appassionati o professionisti di altri campi possano entrare in una materia specifica, anche se non è la loro; ma ci vuole, in questi casi, prudenza e umiltà. Qua e là, Raffles si lascia invece andare in azzardi insostenibili da un punto di vista non solo scientifico, ma pure logico; e così danneggia il dialogo multidisciplinare, rafforzando e quasi dando ragione a quei pregiudizi per cui “chi non è del mestiere, deve tacere”. Indicativo, in questo senso, lo scarsissimo uso di nomi scientifici, a cui l’autore preferisce quelli comuni: scelta che evidentemente deriva da una precisa intenzione dello scrittore, ma che non fa che aumentare la confusione del testo (in uno dei primi capitoli, tanto per fare un esempio, si parla di “leaf bug”; solo dopo una decina di pagine, in base al contesto, si capisce che si tratta di pentatomidi, e non di Fillidi come si potrebbe pensare).
Insomma, occasione sprecata. Si può leggere comunque Insectopedia come una vetrina in cui fanno capolino alcuni argomenti interessanti, che però sarà meglio altrove. Ma arrivare al termine dei 26 capitoli del libro è davvero una fatica ingrata.

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